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Dalle indagini che hanno portato agli arresti dell´operazione "Perseo" si evince che il filo di Cosa Nostra, a Bagheria e dintorni, non si è mai spezzato. Non ci fu un effettivo “vuoto di potere”, infatti, dopo l’arresto di Nicolò Eucaliptus e Leonardo Greco, nel giugno 2004. E neanche dopo l’operazione “Grande Mandamento”, del gennaio 2005, che portò alla sbarra Onofrio Morreale e Giuseppe Di Fiore di Bagheria, ma anche Giuseppe Pinello di Baucina e Giuseppe Virruso di Casteldaccia. Dal 2005 assunse la reggenza del mandamento Gino Mineo, un boss “ben avvezzo alle estorsioni”, come scrivono gli investigatori. Ma Mineo non godeva di buona reputazione nel gotha mafioso. Era legato al boss palermitano Nino Rotolo (arrestato nel giugno 2006) ed era dunque inviso a Salvatore Lo Piccolo (in carcere nel novembre 2007).
Decisiva fu la scarcerazione di Pino Scaduto, personalità meno controversa all´interno di Cosa nostra, avvenuta nel giugno 2007 dopo avere scontato una condanna per traffico di droga. In realtà, secondo i magistrati, già da anni Scaduto era un affiliato di spicco della mafia al punto da raccontare egli stesso, nel corso di una discussione intercettata dai carabinieri, di avere compiuto un omicidio negli anni ´70 su ordine del fratello Masino, quest´ultimo morto per cause naturali nel 1980. Poco dopo la scarcerazione, Mineo gli “cedette il posto” di reggente e si accontentò di fare da vice. Scaduto, da parte sua, rispettava e stimava Gino Mineo. Lo chiamava “mio fratello”, lo reputava l’unico capace di reggere le fila di Cosa nostra insieme a lui. Perché “lui sa dove mettere le mani”, “sa tutte le camurrie” diceva spesso nelle conversazioni intercettate. Addirittura, scrivono gli investigatori, “il legame tra i due era così forte che lo Scaduto, una volta uscito dal carcere, si era categoricamente rifiutato di eseguire l’ordine di ucciderlo”. Gino Mineo, già nell’aprile 1989, aveva subito un agguato mafioso, mentre si trovava a bordo del proprio fuoristrada. Ma i killer sbagliarono il colpo, e riuscirono soltanto a ferire la moglie. “A Gino sono 30 anni che lo devono ammazzare e se lo passano di mano in mano”, come dice Scaduto nel settembre 2008 ai giovani Giovanni Adelfio e Sandro Capizzi.
Grazie al sodalizio Mineo-Scaduto, dunque, Bagheria continuava ad avere un ruolo di spicco dentro Cosa nostra. La “famiglia” mafiosa che era stata più legata a Bernardo Provenzano aveva ripreso le fila dell’organizzazione e, grazie all’attivismo di Scaduto, aveva gettato le basi dell’ambizioso progetto di ristrutturazione della “Cupola”. "È proprio dalla corleonese Bagheria – scrivono i giudici - che parte e si medita la rinascita dell’associazione mafiosa”.
Tutti gli incontri principali, al quale intervengono i boss di tutta provincia, avvengono a Bagheria. Prima nel garage di proprietà di Onofrio Prestigiacomo, in via Senatore Scaduto, in pieno centro storico. Poi in una villa in campagna, di proprietà del suocero di Sergio Flamia, presso la strada vicinale Motta. Lì si discuteva, si progettava di restaurare Cosa Nostra. “Sette-otto cristiani – ripete Pino Scaduto ai suoi interlocutori – come si faceva all’antica. Una specie di consiglio… fra noi… per le cose gravi… se dobbiamo fare le cose gravi…così che la responsabilità, se dobbiamo fare una cosa, ce l’assumiamo tutti”.
Nino Fricano
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